Filtro all'ingresso, filtro all'uscita: perché ho cambiato approccio?
Quando abitavo a Milano facevo dirette spesso per 500-1000 persone ed ero molto disponibile. Mi mostravo all'interno delle mie case e raccontavo il mio day by day. Mi piaceva, mi teneva compagnia, mi fceva sentire connessa col mondo. Le miestories venivano guardate da 40mila persone, ogni giorno.
Se ci penso adesso mi vengono le vertigini.
Poi piano piano ho fatto sempre meno dirette e Storie, e quando ho cambiato casa l'ultima volta ho deciso di non mostrarla.
E quella chiusura netta della vita personale e le mie giornate l'ho pianificata: giugno 2025.
Continuo a mostrare qualcosa su Insta ma non è più spontaneo o immediato perché non sento più il bisogno di farlo come prima. Non è né meglio né peggio: è cambiato perché sono cambiata io. Punkt.
Ho delle collaborazioni in atto e ne arrivano altre che sono coerenti col mio nuovo modo di programmare quello che pubblico e con la mia nuova relazione con gli oggetti. Sono molto contenta di come sta andando.
Ho ripreso a scrivere questa Newsletter come un blog e non faccio uso di IA. In un periodo di enorme cambiamento per la creazione di contenuti social 100% IA per testi, foto e anche video che ormai quasi non li sgami, scrivere mi sembra l'unico rifugio in questa tempesta prima che la polvere si posi e capiamo come ci evolveremo. Perché scrivere richiede un po' più di riflessione rispetto al parlato, e mi trovo meglio.
Poi c'è anche il fatto del "Ma bisogna per forsa esprimersi?" Al momento penso proprio di no, per me non serve dire la propria opinione su tutto, a tutti. Commentare quello che dicono gli altri, poi, mi pare di un'entropia cacofonica e cronovora senza senso.
Scrivere mi permette di riflettere e di editare, non di parlare ed è già partita. È come avere un filtro in uscita per calibrare e pensare bene a cosa vuoi che esca, controllandolo prima che esca (refusi a parte che ahimè spesso non li vedo).
E poi ho iniziato a mettere i filtri all'ingresso
Il mio ultimo podcast, "Circolino Pesacule" andato in onda ogni giorno per tutto il 2025, era a pagamento. Meno persone, più intenzione.
Eravamo in trecento, un ottimo numero per interagire nei commenti.
Trovo sopravvalutati i prodotti o servizi sparati per tutti e sempre: alla fine arrivano persone che non erano davvero interessate, fanno solo rumore e disturbano chi ha scelto di essere li con intenzione per ascoltare ed avere una conversazione.
Al momento non ho trovato un fitro migliore che il biglietto: anche se sono cifre simboliche sui 3-5€, fanno un'enorme differenza e all'improvviso non hai le migliaia di persone che anche se si esprimono solo al 5% generano comunque casino, e interagisci con poche centinaia in focus.
Idem per le televendite in privato: numeri ridotti, interazioni concrete, identità reali.
In un mondo dove si usano bot e IA per pubblicare sempre di più ed arrivare a toccare sempre più persone per indignarle e portarle a scrivere sempre più commenti, trovo importantissimo ritagliarci isole di umana affinità elettiva.
Il concept si sta ancora formando nella mia mente ed è nebuloso, ma come in ogni grande avanzamento tecnologico ci sono sempre degli abbandoni ovvi per abbracciare una nuova tecnologia che sostituisce completamente l'anteriore, e a volte la vecchia diventa un modo diverso e più esclusivo (elitario, se vuoi) di fare una cosa come leggere ibri di carta rispetto alle serie TV in ambito di "consumare storie", altre volte muore e basta come le videocassette e i DVD con l'avvento di Netflix.
In questo momento sto cercando di capire come mantenere la mia capacità di relazionarmi nel mondo reale con altri umani se sto comunque tante ore al giorno attaccata a schermi o telefonino.
E a parte andare al solito bar a far colazione la mattina dove incontro sempre la stessa gente o uscire prendere un aperitivo fuori, non lo so.
Siamo inondati da contenuti, inondati da oggetti, inondati da possibiità che sono talmente tante che siamo incapaci di scegliere. E non scegliamo. Subiamo.
E at the end of the day, l'unica cosa che vogliamo fare dopo il lavoro è mangiare una roba pronta e svuotarci la testa sul divano consegnando il nostro prezioso e minuscolo tempo personale più la nostra attenzione a tre episodi di una serie.
Srie che paghiamo, ma la moneta vera, quela con un costo che non tornerà mai più non sono i soldi: è il nostro tempo e l'abbandono della realtà da parte della nostra mente.
Quando penso a queste cose e cerco di capire come far evolvere il mio lavoro, so che è ancora troppo presto per avere risposte. Almeno per me, che non ho un'educazione classica né sono una persona coltivata, quindi faccio più fatica ad intelleggere la società.
In queste fasi di nebulosità mi piace fare dei test, anche disparati, per capire se qualcosa ha un effetto diverso da quello che immaginavo e ottenere, magri, una lettura diversa della realtà e del mercato.
I libri, ad esempio, fanno ormai parte degli oggetti di culto di nicchia. Il nostro modo di consumare storie è passivissimo in video e serie, e leggere ha un costo molto alto rispetto ai 13€ di Netfilx o la gratuità delle vagonate di meme sui social. Se escludiamo le persone che ancora leggono almeno 2 ibri al mese, il resto decideràdinacquistare un libro soltanto se è un evento eccezionale. Non la norma.
Le persone indignate sui social per la chiusura di Hoepli quanti libri hanno comprato negli ultimi 12 mesi? Daje.
E si, ci sono le biblioteche, ma ti tocca muovere il culo fino a li: il costo del tempo che ti ci vuole è assurdo e lo fanno sempre meno persone. La maggior parte dei libri viene venduta su Amazon, e ve lo dico perché ne ho pubblicati tre ed ho visto i numeri. Questo non significa che le librerie indipendenti non facciano un lavoro immane, ma non è possibile che battano il libro comprato con un click e spedizione gratuita perché hai visto il lancio su Instagram e sei curiosa di vedere cos'ha partorito quella persona che segui da un po'. Le librerie sono già morte come modello di business, e stanno sopravvivendo solo per la caffetteria, i gadget e gli eventi. Ish.
Ieri ho fatto una consulenza ad una professionista che sta per pubblicare un libro e non aveva ben presente come funzioni l'editoria commerciale né la differenza fra gli editori che ti pagano e quelli che vogliono che tu paghi loro. Ahimè possono chiamarsi entrambi editori, anche se alla fine quello che paghi tu fa solo lo stampatore e a carissimo prezzo.
Le ho spiegato, oltre quelle cose, che i libri commerciali (ossia quando non scriviamo letteratura) sono ottimi come strumenti di posizionamento, ma se ne vendono molto pochi e non si guadagnano soldi, anzi: li spendi tu.
E li spendi anche se hai un Editore degno di quel nome che ti paga, perché le trasferte ci vogliono ed il tour ti costa settimane del tuo tempo anche se l'Editore pò permettersi di pagarti treni ed hotel. Ma va bene così, perché il libro (che fa parte di un mondo fisico che non esiste più), ci porta ad organizzare delle presentazioni e far uscire il culo da casa alla gente per vederci tutti alla stessa ora, dal vivo e nello stesso posto, per parlare di una storia. Ed è una cosa bellissima! Difficilissima ma bellissima.
E quella consulenza mi ha fatto pensare se vorrò scrivere un'altra storia, e se così fosse che tipo di oggetto sarebbe questa volta? Perché per me il libro è un oggetto importante: le storie le subiamo ogni sera su Netflix senza farci domande, ma la storia che contiene un libro la devi comprare, quell'oggetto lo devi prendere in mano e portartelo in giro col suo peso e volume in borsa, e poi quando hai finito lo devi custodire e portartelo dietro nei traslochi.
Non è mica una cosa da poco!
E qui mi si aprono scenari concernenti l'oggetto a cui prima non pensavo: per me, prima, il libro era solo un veicolo ma non un oggetto contundente col potenziale di veicolare tante altre azioni.
Da non letterata ho un approccio molto commerciale al libro, e questo mi libera da tante vergogne e paure connesse ad esso. Non sono ogggetto di critica letteraria e vado dritta e serena nel reparto marketing.
L'ultimo ibro che ho letto era un oggetto bellissimo con la copertina rigida coloratissima e il disegno pressato, le pagine pesanti e colorate, era bellissimo.
Mi ha fatto pensare che in un mondo dove i libri vendono ormai pochissimo, invece di andare verso la quantità che non raggiungeremo mai come negli anni ottanta, possiamo orientarci verso la qualità e l'elitismo dell'oggetto oltre alla storia che contiene. Diventa un insieme, un ente a sé.
Ma non nel senso Taschen coi libri fotografici pesantissimi da "coffee taboe" che erano i per arredo e per far vedere che avevi soldi e cultura.
No. La nuvola di nebbia che ancora avvolge questa ima idea mi lascia intravvederer piuttosto uno STRUMENTO.
E ci sto pensando sempre di più.
I filtri
I filtri all'ingresso e all'uscita sono baluardo di umanità e conessione reale.
Less is more, diceva Mies.
More for less direi adesso, nel senso di più qualità e profondità per meno quantità di persone, ma che sono davvero interessate. Non siamo noi a mettere il filtro: lo scelgono le persone in base ai loro veri interessi, scartando il rumore.
Stay strana, stay figa.
Veronica
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