Ricominciamoci
L'articolo sul sunk cost di settimana scorsa ha generato tantissime risposte, e mi hanno fatto capire una cosa di cui ho parlato anche in terapia: l'importanza di parlare di quello che ci succede e che può essere giudicato come "fallimento" da fuori, e quindi non vogliamo che si percepisca perché ci vergogniamo. Ivi ci teniamo tuto dentro o peggio: non ci liberiamo da una situazione che non fa più per noi solop perché temiamo il giudizio esterno.
Dalle vostre risposte è chiaro che non se ne parli abbastanza e quindi quell'elefante nella stanza è un universo in espansione che ci schiaccia.
Se leggiamo altre persone che lo raccontano come parte del loro percorso, ci si apre una lucina dentro perché ci diciamo: "Allora non ero solo io!"
Eccone alcune:







Ho risposto a tutte, come rispondo ad ogni singola mail che la mia assistente mi mette nella cartella "da rispondere". Abbiamo questa dinamica, così se ci sono mail co insulti le legge lei e li gira in blocco o verso altri protocolli se bisogno, così io rispondo solo a mail belle e non smetto di usare la mail per colpa di un'infinitesima parte di persone che per qualche motivo hanno bisogno di usare il loro tempo per sfogare la loro rabbia da me.
Ragazze, non potete capire quanto mi abbia fatto riflettere quest'esperienza insieme a voi, sono ancora qui che penso e ripenso alla potenza di questa cosa e mi hanno invitata alla Fuck Up nights, e credo proprio che ci andrò, le volevo anche organizzare a La Nevera a Tarifa:

Perché abbiamo così tanta paura del giudizio altrui se qualcosa va male?
Secondo me ci confondiamo perché attribuiamo il valore negativo di una determinata azione o progetto che è fallito, a tutta la nostra persona.
Cosa che, se ci pensi, non ha senso proprio perché gli errori li fanno tutti, ma allora perché siamo così suscettibili?
Non lo so, ma è molto diffuso.
Ho anche pendsato a come mi sentivo io, prima di fare molta terapia, davanti all'inevitabilità del fallimento di un progetto, per capire davvero quale fosse la paura maggiore, e ne ho trovate di diverse, ma quella che più mi ha fatto riflettere è stata la paura dell'ignoto e del come ti risollevi dopo.
Perché?
Pereché mengtre sai che ti stai per schiantare contro un muro non riesci a pensare che esista vita e possibilità dopo lo schianto: viene visto come un evento totalizzante.
Ed è li che ci sbagliamo, perché anche se lo schianto è notevole (a meno che non sia davvero un incidente che nuoce alla tua salute), tu soèpravvivi benissimo.
E non solo: anche se la gente la fuori pensa male di noi e magari esprime chiaramente disappunto e giudizio, lo fanno per sport e non influisce sulla nostra vita per davvero.
È una sorta di bolla che vediamo noi ingigantita da dentro la nostra paura.
Quando c'è stata la chiusura del mondo nel 2020ci siamo spaventati tutti.
Io decisi di darmi 2 anni per ridurre al massimo la mia azienda e poi chiuderla per rimanere da sola, di nuovo freelance.
E anche se il 2020 fu l'anno in cui fatturai di più, continuai con il mio piano di "downshifting" perché aveva vinto la paura di non essere più capace di fatturare abbastanza per pagare tutto e tutti, e con la paura non spingi: rallenti e ti fai sempre più piccola. All'epoca tenere la mia azienda aperta mi costava fra i 110mila euro mensili, ed al pensiero di non fatturare almeno quella cifra, i8n un periodo così incerto, decisi di prevedere per non farmi prendere senza soldi da un'eventuale fallimento.
Meglio prevenire che non avere i soldi per gli stipendi e chiudere con serenità, no?
Quella era la mia paura, e vinse lei.
Non lottai, non iniziai a spingere per vendere come un'ossessa in un mondo dove molte famiglie non avevano più i loro stipendi. Piano piano iniziai a fare meno contenuti on line ed a focalizzarmi sulla mima vita personale, arrivando ad un fatturato "normale" e non più milionario. Mi sentivo sicura così.
Il 2020 non fu solo quella paura del fatturato ed i business con tanti punti interrogativi per via della crisi, ma anche un misto di emozioni e voglia di vivere diversamente.
E ci prese a tutti, facendoci interrogare su quanto valesse la pena vivere come criceti in città invece che sul mare o in campagna.
Ed io mi trasferii al mare.
La paura ci rimpicciolisce, e se ci piglia mista ad una possibile figura di merda, noi ci rimpiccioliamo all'istante.
Ho imparato a continuare ad ascoltare la mia paura se le mie decisioni influiscono sulle vite degli altri, come ad esempio i dipendenti, ma a non darle spazio se riguarda soltanto me: io me la cavo sempre.
Io mi ricomincio.
E dopo tutte le vostre mail vorrei che continuassimo a parlarne perché questa cosa del rimpicciolirsi ed annnullarsi solo per paura della connotazione terribilmente nichlista del fallimento di un progetto, senza reali conseguenze, deve finire.
Sbagli, sfighe, cambi di rotta: è tutta vita.
Ci leggiamo presto e mi raccomando: non fate le brave.
Veronica
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Le email pubbliche su Spora e Veronica Benini (fra cui le risposte dirette alle newsletter) sono selezionate dalla mia assistente a distanza che legge con attenzione ogni mail per isolare quelle gentili mettendole nella cartella "DA RISPONDERE", dove poi io vi scrivo.
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