Di legami e di oggetti
Non so voi, ma questo 2026 ha tutte le caratteristiche di una gigantesca purga.
Un po’ come quando sono andata a New Delhi a parlare al Women Economic Forum.
Era la mia prima (e al momento unica) volta in India, ero super feliciona perché è una cultura ricchissima di stimoli, colori, diversità, e non vedevo l’ora di fare il mio intervento per andare a farmi un giretto a Jaipur.
Ironia della sorte, parla che ti parla con tante donne, avevo raccontato delle coppette mestruali ad una tipa indiana che mi disse: “Ma senti che interessante, qiu non le usiamo, ma mia cugina è Ministra della Salute a Calcutta e secondo me potrebbero regalarle a tutte, sarebbe figo!
Perché non vieni a Calcutta con me e glielo raccontiamo?"
Secondo voi cos’ho fatto?
Ovvio Calcutta invece di Jaipur per introdurre le coppettte, che occasione per le donne, wow! E anche se ero solo un'utilizzatrice, voleva che gliela raccontassi di persona. Strano, ma OK.
E quindi ti sbarco a Calcutta che è super intensa. A un certo punto mi mangio lo street food (si, lo so, street food a Calcutta, sei seria? Ero serissima, e anche i batteri) ed è stata un’esperienza trasformativa.
Prima di tutto la roba che ho mangiato si chiamava tipo “Scroscio di pioggia” ed era un fagottino penso fritto ma con dentro un liquidino che faceva davvero sentire la pioggia fresca esplodere in bocca. Meraviglioso!
Due giorni dopo, già sul volo di ritorno, lo scroscio si sposta altrove e facendo cambio a Parigi per Milano decido di scendere subito e andare da amici perché non ce la facevo più a reggere un altro volo.
Passo una settimana mezza morente da un amico a République, e appena ho le forze rientro a casa a Milano. Era il 2016.
Faccio tre cicli di antibiotici nel giro di due mesi e il mio corpo continuava a spurgare da tutti i buchi immaginabili. Tutti.
Una mia amica d’infanzia in Argentina, super yoga meditazione ritiri energia, mi scrisse su facebook: “Non sono batteri, è l’India che ti sta purificando”.
Non l’ho mandata a quel paese perché lei ci crede e non mi cambia niente rovinargli le credenze e allora l’ho ringraziata e ciao.
Quello spurgo fu devastante, anche perché la flora intestinalesparisce, e ci misi molto tempo a riprendermi. Persi molti kili e diventai leggerissima, che quando ti succede perché sei malata è una sensazione molto strana ma allo stesso tempo ti piazza in un limbo galleggiante.
Adesso mi torna in mente perché invece del mio corpo, sto spurgando tuto il mio contesto di oggetti. E non solo per decisione, ma perché la vita in questo 2026 è prepotente e mi ha mandato sia l’inondazione nel locale che poi altre cose.
E quindi spurgo, nel senso di liberazione.
In questo periodo ho avuto modo di pensare agli ogggetti delle nostre vite da angolazioni diverse, ed è molto strano il fatto che gira che ti rigira ci attacchiamo in modo viscerale a molte cose materiali attribuendogli funzioni o addirittura poteri che non hanno. Perché gli oggetti, seppur belli e creati con amore, sono inanimati.
Ma poi entrano in gioco i ricordi, i legami.
Quando ci regalano un oggetto, che ci piaccia o meno, ci sentiamo nell’obbligo di custodirlo perché ce lo ha donato una persona cara.
E quindi se decidi di regalarlo o rivenderlo, dato che l'oggetto era stato vettore di un pensiero emotivo da loro verso di noi, crediamo che se lo diamo via stiamo rinnegando o buttando via l’emozione con cui ci era stato donato. Il corto-circuito sta proprio qui, secondo me.
Ho fatto molti giri intorno a questo concetto, perché se lo osservi dall’altro lato, il fatto di fare un regalo sotto forma di oggetto ad un’altra persona la investe di una responsabilità nella sua custodia e cura che NON CI HA CHIESTO, e magari non vuole prendersi nemmeno. Oppure all'inizio si ma a un certo punto non più. Nella scia logica di questo approccio al concetto, i doni possono rappresentare anche una condanna.
Ho venduto doni che mi avevano fatto persone che ho smesso di frequentare, ma anche donni di persone a cui voglio bene.
E adesso vedo apparire nelle nuvolette a domanda stile fumetto sopra le vostre teste mentre leggete: "Ma come ti permetti?"
Sono una cattiva persona per aver rivenduto quelli oggetti?
Io credo di no perché altrimenti sarebbe come dare il potere della persona all’oggetto donato, mentre è e rimane solo un oggetto.
Le persone ci rimangono male?
Spesso si, obbligandomi a tenere quegli oggetti parcheggiati perché non voglio drammi diplomatici. Quindi ho fatto dei compromessi anche io.
È evidente che moltissime persone, anzi la maggior parte delle persone, trasferisce le emozioni ed il potere agli oggetti, come rappresentanti dell’emozione che li accompagnava al momento del dono. Non è un fatto reale, ma se uno ci crede, allora è reale. La percezione è più reale della realtà stessa, sempre. Ecco perché certi politici vincono le elezioni anche se per noi è chiaro che mentono: stanno facendo leva sulle capacità cognitive della parte più grossa dell'elettorato che li voterà portandoli alla vittoria, e del resto se ne fregano: non siamo abbastanza e non influiamo.
Fact.
Continuerò a vendere i miei oggetti?
Si, se non faranno più parte della mia vita continuerò a farlo.
Farò ancora dei compromessi?
Si, pocchissimi, ma se posso ancora permettermi di farli, li farò. E sarà solo per l’altra persona, se so che non accoglie la mia visione sugli oggetti e non voglio che si senta ferita.
Gli oggetti sono veicoli, comunque, perché noi gli attribuiamo quel ruolo di messaggeri. Pensa che se hai un oggetto che ti ha regalato qualcuno e lo vedi sempre nella tua quotidianità e ogni tanto ti ricorda quella persona: è piacevole, no? Certo che lo è! Questo pensiero glielo attribuiamo noi e non lo fa l’oggetto di per sé, ma le emozioni ed i ricordi sono reali e va benissimo anche così. Va bene avere degli oggetti-amuleto, degli oggetti-ponte verso ricordi ed emozioni felici.
Ed è per questo che se regali qualcosa a qualcuno e lo mette via, addirittura lo butta, lo regala o lo vende, tu potresti sentire che sta facendo quello con le tue emozioni, con il tuo affetto. Vedi il disfarsi di quell’oggetto come un messaggio di ripudio verso di te: “Mi libero di questo oggetto perché non m’importa niente di te”, per esempio.
E potrebbe essere di si, ma anche solo che quell'oggetto non incastra più e basta, no hard feelings. Ti vuole ancora bene.
Io credo che questo concept dell'oggetto-messaggero sia bello, ma anche che non possiamo far diventare messaggeri TUUUUUUTTI gli oggetti che ci hanno regalato, altrimenti ci sotterrerebbero.
Credo nella cernita cecchina degli oggetti-amuleto e nella depersonalizzazione delle masse di oggetti.
Quando voglio liberarmi di un oggetto che mi era stato regalato da una persona che stimo, la contatto e glielo spiego per evitare che abbia emozioni negative pensando che la voglio offendere. Se invece non è una persona che fa ancora parte della mia vita o non voglio che ne faccia, lo vendo e basta. Non mi giustifico con gente che è sparita dal mio orizzonte, e attenzione: non è per forza perché c’è del cattivo sangue: a volte ci si allontana in sordina e ci si perde. Fa parte della vita.
Non mi piace giustificarmi per le decisioni che prendo sui miei oggetti, anche se mi sono stati regalati, ma spesso lo faccio perché il dono non è mai percepito da chi lo fa come un dono reale (ossia che dai una cosa e non ti appartiene più neanche come messaggio) ma come messaggio e carico di emozioni. Il disinteresse sarebbe il reale significato del dono, ma nella nostra società non è così e vediamo l’oggetto donato come un ponte fra chi lo offre e chi lo riceve, e questo ponte non lo si deve rompere. Perché se lo fai, allora diventa un messaggio di rottura fra le due persone.
Ma attestato il fatto che voglio eliminare la mia schiavitù degli oggetti da conservare per motivi svariati (obbligandomi a pagare depositi, curarli, farlgli manutenzione ecc) continuerò a decidere di salutarli anche se alcune persone non capiscono le mie scelte e gliele devo spiegare.
La vita non è una sola dove fai sempre le stesse cose con gli stessi oggetti e continui ad accumularli: le nostre vite possono essere tante, e gli oggetti ne fanno parte solo finché sono utili al presente che stiamo vivendo o sono diventati amuleti speciali che ci rendono felici. Io non lascerò che il legame fra due persone venga impersonificato da un oggetto insignito come ponte indistruttibile mentre non ha significato per me. Io voglio fare esperienze con le persone che amo, non chiuderle in dei ricordi rappresentati da un sacco di cose che non uso più, ma che mi sento obbligata a tenere e curare, facendomi sentire ingabbiata.
Usiamo gli oggetti, viviamo le persone.
PS: la borsa YSL della foto me la sono comprata da sola ma non la uso più ed è in vendita.
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